Squid game

Serve essere matti per partecipare ad un gioco mortale?


Molti spettatori di Squid Game probabilmente avranno pensato che “questi Coreani che giocano ad un gioco mortale devono essere tutti matti”. Ma serve essere matti per partecipare ad un gioco mortale? Il gioco del calamaro in realtà non è un gioco, ma un’esperienza terribile che racconta le fragilità di un paese e dei suoi cittadini più fragili.


Squid Game – Il gioco del calamaro

Squid game è una serie televisiva Coreana pubblicata da Netflix il 17 settembre 2021. In breve, il telefilm ha ottenuto un ampio successo mondiale per il modo crudo e controverso in cui ripropone i vecchi “giochi senza frontiere” in chiave mortale e disperata. La trama, di per sé, non offre nulla di particolarmente originale. Ma il regista e gli attori riescono a raccontare la storia con ritmo, competenza e credibilità non comuni.

La Corea è un paese in crisi

Il 18 ottobre Il Post ha pubblicato un articolo interessante sulla situazione economica in Corea. Sembra infatti che la popolazione Coreana abbia un serio problema economico per il modo in cui sono stati gestiti i prestiti. Molte persone hanno accumulato debiti che non sono riusciti a restituire ed è esploso il fenomeno dello strozzinaggio che finisce per compromettere completamente l’economia. Questo scenario è fondamentale per comprendere gli eventi di Squid Game. Tutta la trama si svolge in un paese dove molte persone sono coperte dai debiti, pronte a perdere la vita per restituire i propri soldi al punto da vendere i propri organi per pagare i creditori. Un paese dove esistono problemi di diritti civili, dove esiste censura dei contenuti provenienti da alcuni paesi (tra cui il Giappone) e dove esiste un mercato degli schiavi che lo stato non riesce a contenere.

Squid Game serve essere matti per partecipare ad un gioco mortale?

Squid Game serve essere matti per partecipare ad un gioco mortale?

I soldi non spiegano tutto

Semplificando, sarebbe possibile ridurre la trama di Squid Game ad un “si ammazzano per soldi”. Ma, se fosse solo questo, il prodotto non avrebbe avuto questo successo. Infatti i soldi non spiegano tutto. Il retroscena del telefilm, lo strumento motivazionale, è prettamente economico. Ma il telefilm ruota intorno ad un contesto sociale profondamente relazionale e complicato.

Notiamo questo meccanismo anche nel reclutamento del protagonista, nella prima puntata, quando gioca con il reclutatore per orgoglio o per denaro. Il gioco delle buste è chiaramente desiderabile per il modo in cui offre ampie possibilità di vincita economica, ma il protagonista si dimentica in fretta della sua competizione per i soldi, tanto che è il reclutatore a dovergli ricordare il suo obiettivo iniziale. Nella visione del regista, l’agonismo è un elemento essenziale della trama del gioco del calamaro. I soldi sono fondamentali quando mancano, ma vengono in un secondo momento e perdono di valore una volta acquisiti.

Giocare per salvare qualcosa

Tutti i giocatori di Squid game vengono descritti come se volessero salvare qualcosa. C’è chi vuole salvare un genitore, chi un figlio, chi un fratello, chi un’attività, chi sé stesso, chi le proprie emozioni. Ogni personaggio è sostenuto da una trama che ne motiva le azioni. In tal senso, nel gioco del calamaro i protagonisti rischiano la propria vita per salvare quella di qualcuno a cui tengono, mettendo a rischio la propria vita.

Questo atteggiamento potrebbe avere una nota eroica se non fosse che, purtroppo, sono loro la causa delle situazioni che li hanno portati ad essere in pericolo. Scelte non lungimiranti, noncuranza dei diritti altrui, disinteresse, desiderio di guadagno facile, hanno portato il “popolo Coreano” in una posizione in cui dover mostrare un carattere eroico o finire per soccombere alle conseguenze delle proprie scelte. In entrambi i casi, lo scenario è tragico.

As the Gods Will

Tutta la visione della serie non è riuscita a non ricordarmi numerosi passaggi del manga giapponese Kami sama no Iutoori, o in inglese As the Gods will, di Muneyuki Kaneshiro e Akeji Fujimura. Quest’opera del 2011 racconta una storia estremamente simile a quella narrata in Squid Game, con la profonda differenza che il tutto accadeva in un setting magico in cui i giocatori non sceglievano di partecipare, ma erano obbligati a competere per ricoprire il ruolo di nuova divinità. Esistono diverse somiglianze, ma il fatto che Squid Game riesca non solo a contestualizzare il tutto in uno scenario realistico, ma che riesca anche a dedicare attenzione alla motivazione dei partecipanti è una differenza qualitativa notevole.

A voler pensare male, sembra una combinazione curiosa che in Corea non arrivino contenuti Giapponesi e che in Corea venga pubblicata una serie dalla trama sensibilmente simile ad un prodotto Giapponese. Comunque riprendere un’idea e saperla elaborare è un valore indiscutibile.

Cosa ci motiva?

Squid Game apre ad una riflessione potenzialmente interessante sulla motivazione umana. Le emozioni sappiamo essere un elemento centrale della motivazione. La paura di perdere qualcuno, la tristezza, il desiderio di qualcosa, il modo di pensare sé stessi e di autovalutarsi.

Per esempio senza entrare nei fatti successivi alla prima puntata, il protagonista di Squid Game inizia la sua vicenda nel ruolo del NEET. Una persona che non studia, non si prepara ad un lavoro e non lavora. Una persona che non è priva di autostima, ma che vive in modo dolorosamente oscillante tra un’idea di sé come incredibile predestinato e un’idea di sé come terribile condannato. Questo scenario è osservabile in molte persone con problemi di autostima e risolvere tale altalenanza è fondamentale per avere accesso ad un’autostima stabile ed efficace.