La casa di carta

Una recensione psicologica


Nel bel mezzo dell’ultima attesissima stagione de “La casa di carta” è opportuno riscoprire l’aspetto psicologico delle imprese della banda del Professore, in mezzo ad effetti speciali, conflitti armati e conflitti con amati.


La storia #nospoiler

Come è possibile raccontare la Casa di Carta senza fare spoiler, ovvero senza anticipare i contenuti a chi non ha ancora visto tutte le puntate? Un problema talmente cruciale che la stessa casa produttrice ha “sequestrato” gli individui più pericolosi in tal senso. Possiamo farlo semplicemente tornando alla base pura e semplice della trama: un uomo colto (il Professore) raduna una banda di ladri e persone emarginate della società per rubare allo stato spagnolo e redistribuire le ricchezze. Chi siano queste persone e quali siano gli obiettivi e le dinamiche dei furti sono le chiavi di sviluppo della trama, ma ciò che ci interessa è focalizzarci su questa polarità di base che mette da un lato chi ha ricchezza e potere e dall’altro chi sgomita per sbarcare il lunario quotidiano.

Elementi di psicologia

È la stessa dinamica di costrizione all’interno di un contesto che possiamo trovare anche nella nostra quotidianità e non solo nella Casa di Carta, che a volte può esitare in una ribellione personale. A livello artistico, ci si inserisce in tutto il filone letterario europeo sul tema degli outcast, ovvero gli individui emarginati dalla società: un tema narrativo ricco e variegato perché coinvolge molte fasi storiche dell’umanità, attraverso le quali si esprimono le emozioni degli uomini oppressi.

Il tema dell’ingiustizia porta spesso con sé emozioni di frustrazione e rabbia: possiamo sentirci trattati in modo critico da un capo sul lavoro, da un familiare a casa, oppure direttamente dal governo o da un “sistema” più grande. Il tema diventa di stretta attualità se pensiamo a quando si sentono lamentele nei confronti di una “dittatura” o nei confronti di quei pochi che gestiscono le ricchezze mondiali a differenza dei molti che vivono in condizioni di povertà.

La casa di carta Siamo tutti ribelli?

La casa di carta Siamo tutti ribelli?

Come li gestiamo?

Se ci identifichiamo con queste sensazioni descritte, ovvero se spesso abbiamo la convinzione che altri ci stiano opprimendo, non valorizzando o semplicemente trattando in modo ingiusto, la prima cosa da chiederci è come sempre contestualizzare questo sentimento chiedendoci: quando ci sentiamo in questo modo? Infatti è significativo se questo accade nei confronti di persone reali con cui condividiamo attività lavorative, oppure se invece con persone con le quali abbiamo un rapporto affettivo. Una terza possibilità è quando questo ci accade nei confronti di persone che non conosciamo, appunto entità astratte che impattano sul nostro agire quotidiano: nella Casa di Carta, ad esempio, le ingiustizie del governo spagnolo e, in generale, della finanza mondiale.

Come spesso accade in psicologia, dobbiamo poi chiederci quanto è pervasiva questa sensazione che potremmo definire di accerchiamento: infatti, si può essere convinti di subire ingiustizie anche in tutti e tre gli ambiti sopra citati (lavoro, famiglia, società). La pervasività di un pensiero doloroso, soprattutto se associato ad emozioni negative, determina l’intensità della sofferenza psicologica.

Nel contesto familiare possiamo pensare di avere un maggior margine di cambiamento della struttura del sistema, tuttavia è esperienza comune conoscere familiari che pur potendo cambiare un atteggiamento, non lo modificano nemmeno di fronte alla comunicazione dell’insofferenza di chi abita insieme. Sul lavoro, le probabilità di ribaltare le ingiustizie percepite sono ancora minori, in quanto la gerarchia è supportata da contratti e ruoli definiti. Il ribaltamento sociale, infine, è tecnicamente permesso solo tramite l’espressione del voto o altre modalità di espressione codificate, come ad esempio i referendum. Quando non puoi cambiare il contesto, ci sono due possibilità: abbandonarlo o adattarsi. Alla base di entrambi però c’è il margine di gestione emotiva che abbiamo: se cambio casa/lavoro/stato come mi sentirò? Se mi è già capitato di farlo, come mi sono sentito successivamente? Se non mi ha giovato farlo, come posso gestire la rabbia che convivere con la situazione mi genera? L’adattamento più efficace passa infatti dall’accettazione della realtà critica, ma anche dall’utilizzo di strategie per gestirne i momenti critici.

Una modalità di gestione che trascende il singolo individuo è quella di coalizzarsi con persone che soffrono la stessa situazione: è ciò che accade nella Casa di Carta, dove il Professore riunisce persone ai margini della società per creare un gruppo coeso, pronto ad affrontare la morte per difendersi l’uno con l’altro, pur senza avere legami pregressi in comune (salvo eccezioni). In questo caso abbiamo l’utilizzo del gruppo per gestire una sofferenza personale. Come può servire il gruppo di supporto? Semplificando, può agire in due modi: 1) aiutando nella lotta per il possibile ribaltamento della situazione sociale o 2) validando le sensazioni dei singoli membri, ovvero quella sensazione che abbiamo di sentirci già meglio nel vedere al proprio fianco qualcuno che vive lo stesso sentimento di ingiustizia. Perchè quando qualcuno si sente come ci sentiamo noi, in quel momento noi riconosciamo che la nostra sensazione è possibile, ha una sua dignità e un valore intrinseco.

La scena che ci rimane

Alla luce della recensione fatta, il potere del gruppo rispetto ad una ribellione singola è sicuramente rappresentato dalle scene di preparazione dei colpi che la banda cercherà di mettere a segno: i vari covi nei quali il Professore spiega le modalità della rapine sono il luogo dove le sofferenze e le esclusioni di tutti i partecipanti si mitigano nella costruzione di un gruppo compatto in grado di supportarle ed incanalarle verso nuove relazioni paritarie o verso rapine veramente eccezionali.