Il Professore:

Come riscattare il narcisismo in 3 semplici mosse


#spoileralert Si è conclusa la Casa di Carta, serie tv Netflix seguita da milioni di telespettatori in tutto il mondo: termina con l’apoteosi del Professore che scopre di portare avanti il suo piano per pura gloria personale. Questo è il “finale spiegato” della Casa di Carta, ovviamente da un punto di vista psicologico.


Mossa 1: io sono un ladro

Come esplicitato dagli autori, la Casa di Carta passa sempre di più da una serie crime centrata sulle rapine, ad una serie drama con particolare attenzione alle dinamiche personali e relazionali. L’apice di questo secondo filone è rappresentato dalla ricostruzione della famiglia del Professore e di Berlino, suo fratello, seduti al tavolo di un bar col figlio di quest’ultimo. Ripercorrono la dinastia familiare iniziata da loro padre, ucciso in una rapina davanti agli occhi del Professore da bambino. Questo legame sarà importante sia per l’accordo finale fatto tra il Professore stesso e suo nipote, sia come forza morale per la contrattazione tra il Professore e Tamayo, negoziatore per il governo spagnolo. “Io sono un ladro”, afferma con forza infatti il professore “figlio di un ladro e spero futuro papà di un ladro”. Una definizione identitaria importante.

Poco prima aveva rinunciato ad un assalto armato per difendere il bottino, perchè nonostante Berlino e Palermo avessero previsto una “caduta di stile” tramite uno scontro a fuoco da western di periferia, il Professore vuole essere un ladro di livello superiore.

Mossa 2: io rubo per me

Ne potremmo concludere che il Professore rubi per omaggiare suo padre e il fratello Berlino: in effetti è così che se la racconta: in parte avrebbe anche ragione, perchè agisce in memoria del fratello che ha ideato il piano e perso la vita per realizzarlo operativamente; inoltre, il Professore confida di parlare spesso al padre defunto in un dialogo immaginario per avere supporto nelle scelte da prendere durante le rapine. Tuttavia, in un discorso è Lisbona, partner in crime e nella vita del Professore, a stuzzicarlo al punto tale da fargli ammettere che lui ruba come sfida personale, per ideare un piano perfetto e riuscire a portarlo a termine. Potremmo definirlo un suo piano di vita, ovvero una strategia psicologica attuata automaticamente per gestire uno stato emotivo: incalzato dalle domande di Lisbona, infatti, il Professore ammette che dopo la prima grande rapina alla Zecca di Stato sono passate solo 24 ore per iniziare ad ideare la seconda alla Banca di Spagna. Ogni altra motivazione, come il salvataggio di Rio, un componente della banda preso in ostaggio, è stata solo una scusa.

D’altra parte, moltissime ricerche in psicologia affermano che molti comportamenti altruistici hanno una base di motivazione strettamente personale e, in molti casi, non potrebbe essere altrimenti dato che siamo noi a decidere di metterli in atto. In terapia sono quei passaggi in cui ci definiamo “egoisti” spesso con una accezione negativa, mentre invece sono momenti in cui si compiono passaggi di consapevolezza importanti.

Mossa 3: io vi salverò

Non può essere che Tokyo a dar forza al Professore nell’ora più buia: è sempre stata l’alter ego femminile del Professore, come affermano i creatori della serie nello special a corredo della quinta serie. Il ricordo di una serata in preparazione della rapina in Tokyo lei si dice disposta a tutto perchè tanto sa che il Professore da fuori risolverà la situazione è una vera miccia: il Professore si ricorda, infatti, che la gratificazione data dal suo successo non è solo personale, ma anche relazionale. Ci sono altre persone che hanno letteralmente fede in lui. Infatti, le ali di folla mascherate da membri della banda accompagnano il Professore prima di consegnarsi gli gonfiano l’ego in modo decisivo per la battaglia finale con Tamayo, puramente mentale e psicologica.

Il Professore è un narcisista

Come mai se il Professore è un narcisista non ha contro tutta l’opinione pubblica e non è demonizzato come un mostro? Come mai non umilia le donne e non distrugge i suoi compagni? Forse perchè è un narcisista in piena regola, ma che va oltre la macchietta del narcisista comunicata al giorno d’oggi dai media.

  1. Gode nel differenziarsi dalle altre persone
  2. Persegue i suoi obiettivi esclusivamente per gloria personale
  3. Si pone obiettivi grandiosi

Potrebbero essere caratteristiche del Disturbo Narcisistico di Personalità in grado di determinare una chiara diagnosi, anche se ovviamente sarebbero necessari più criteri diagnostici e ricostruiti con metodologie di indagine maggiormente scientifiche e non da divano.

Come può un narcisista non essere cattivo?

Innanzitutto un narcisista non è né buono né cattivo, perchè questi sono giudizi di valore e in quanto tali ciò che di più lontano dalla psicologia possiamo trovare, soprattutto dalla psicologia clinica e dalla psicoterapia.

Come ogni condizione psicopatologica, il primo passaggio di “guarigione” è non renderla pervasiva: quando nel finale accetta una vittoria “condivisa” con Tamayo, nel quale entrambi escono vincitori, il Professore riesce a passare da una dinamica competitiva ad una dinamica collaborativa.

Un’altra svolta si ha durante la cena del merluzzo, ovvero quando durante la preparazione della rapina la banda fa uno scherzo da caserma al Professore e lui reagisce sbattendo sulla tavola imbandita il merluzzo gigante che gli avevano messo nel letto. Anziché rimarcare la differenza tra lui che si danna l’anima e gli altri che si divertono, inizia a ballare e divertirsi con loro anche solo per una sera. Vi sembra poco? se la risposta è sì, è perché non avete ancore fatto esperienza di come dalle prime piccole eccezioni possa originare un grande cambiamento.

In conclusione, last but not least, una sconfitta non è la fine per il Professore: un fallimento è possibile. Questo vale ovviamente per tutti i narcisisti, perchè la realtà propone fallimenti alle persone a prescindere dal loro assetto di personalità, ma spesso i narcisisti si fermano lì e possono bloccarsi completamente anche con grandi crisi depressive. La perdita di Tokyo porta il Professore vicino a questo punto ma, anche in questo caso, riprendersi pur con un dolore soverchiante e senza spiegazione, è una piccola grande scelta che permette di ripartire anzichè ad esempio spararsi un colpo in testa con una delle tante armi a disposizione.

E allora lunga vita ai narcisisti! Soprattutto se collaborativi, integrati e fallibili. O almeno, pronti a tutto per raggiungere l’obiettivo ancora più grandioso di  riuscire a diventarlo – almeno in parte – a volte anche con un percorso di psicoterapia.