DUE VITE

Una recensione psicologica


Due vite è il romanzo con cui Emanuele Trevi ha vinto il premio Strega 2021: l’autore racconta le vite di due amici scrittori, prematuramente scomparsi, filtrate dalla relazione che ha avuto con loro. Una recensione psicologica permette di capire come il comportamento delle persone a noi vicine non sia spiegabile solo con la psicologia, ma in base anche a come ci sentiamo quando stiamo con loro.


La storia #nospoiler

Rocco e Pia sono i due amici scrittori di cui l’Autore ci parla, le due vite che ci vuole raccontare: il primo si sente alla ricerca di una scalata sociale tramite la sua attività di scrittore, la seconda si cimenta in imprese difficili sia come traduttrice sia come compagna in alcune relazioni di coppia molto sofferte. Emanuele, l’Autore, li descrive in modo magistrale attraverso la condivisione di alcuni episodi della propria vita ed una capacità di legarli uno dopo l’altro per definire due ritratti scritti ad imperitura memoria.

Elementi di psicologia

Per quanto riguarda Pia, le difficoltà che l’Autore riporta sono soprattutto collegate alla sfera relazionale sentimentale, spesso con persone non in grado di valorizzarla ma, al contrario, di cui lei finiva per farsi carico all’interno di una relazione asimmetrica che, al giorno d’oggi, verrebbe comunemente definita come “relazione tossica”.

Un approfondimento psicologico più netto però si ha in merito alla figura di Rocco, per il quale Emanuele Trevi si appoggia anche al DSM, manuale diagnostico di riferimento per la psichiatria e la psicologia. Nel libro compare una citazione del “celebre e autorevole nonché famigerato DSM: si tratta della definizione dell’episodio maniacale come ”.

Oltre al riconoscimento di episodi di mania, viene riportata anche una diagnosi: “alla fine gli venne diagnosticata una personalità bipolare. Anche a essere del tutto digiuni di conoscenze psichiatriche, la parola suona adeguata. Le montagne russe del suo umore prevedevano tuffi vertiginosi in basso e risalite altrettanto ripide, che si alternavano con rapidità”. Si passa da una descrizione scientifica ad una più letteraria per poter definire in modo più efficace – oltre che esteticamente più bello – il comportamento di Rocco. Quando si tratta di comportamenti singoli, come appunto un episodio di mania, è più semplice poterli definire n modo oggettivo; mentre per quanto riguarda la personalità invece, al di là di tutte le dispute scientifiche in atto, una conoscenza approfondita da episodi condivisi permette di descriverla in modo più preciso ed univoco.

Modalità di gestione

Definirsi – o definire altre persone – con l’aggettivo “bipolare” è molto frequente, a volte per fortuna in modo eccessivo: capita infatti che spesso alcune persone lo utilizzino per indicare delle fluttuazioni del proprio umore fisiologicamente comprensibili in base alle emozioni che stanno vivendo. Una prima fase di normalizzazione permette di capire che gli alti e i bassi di solito li abbiamo tutti e che è importante imparare a gestirli ancora prima che etichettarli. Quando invece le fasi dell’umore – basso o alto – sono prolungate, ricorsive e slegate da ciò che ci accade, è più probabile trovarsi di fronte ad un disturbo bipolare ed attivare le misure di gestione dello stesso.

Una fase maniacale è essa stessa un modo di dire che possiamo utilizzare quando ci sentiamo lanciati a fare molte attività in poco tempo, magari anche per diversi giorni di fila andando a mille. Anche per questo elemento di psicologia, tuttavia, è importante definire che momenti in cui ci si sente accelerati e produttivi oltre i propri standard non sono per forza critici (anzi, verrebbe da aggiungere). L’attenzione sorge quando lo slancio “supera i confini della realtà”, ovvero quindi anche magari in presenza di poche attività però condotte al perseguimento di obiettivi tralasciando gli impedimenti reali e le conseguenze negative che essi si trascinerebbero dietro.

La frase che ci rimane

“Rimango convinto che queste definizioni scientifiche possiedono un valore che arriva fino al punto in cui l’individuo, proprio perché è un individuo, scarta di lato, e dopo, dietro quella curva, non c’è nome che lo possa più inseguire”.